Il Pseudo-Sobor di Lviv del 1946 e la liquidazione della Chiesa greco-cattolica ucraina
L’8 marzo 2026 ricorre l’80 ° anniversario del cosiddetto Pseudo-Sobor di Lviv, uno degli episodi più tragici della storia della Chiesa greco-cattolica ucraina. In quell’occasione il regime sovietico, attraverso l’azione dei servizi segreti e sotto la pressione della repressione politica, cercò di distruggere una Chiesa considerata un pilastro spirituale del popolo ucraino.
Il 10 marzo 1946 il cosiddetto Pseudo-Sobor (Concilio) di Lviv (Leopoli) decretò la soppressione della Chiesa greco-cattolica ucraina (CGCU) e la sua incorporazione forzata nella Chiesa Ortodossa Russa. La declassificazione dei documenti conservati negli archivi del Servizio di Sicurezza ha reso possibile ricostruire con maggiore precisione le circostanze di quell’operazione.
Dai documenti emerge chiaramente il ruolo decisivo del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD), la potente polizia politica sovietica, che elaborò e attuò il piano di persecuzione religiosa. Tale piano si concretizzò nell’arresto di numerosi membri del clero, nella confisca di chiese e monasteri e nella forzata integrazione delle comunità greco-cattoliche nelle strutture dell’Ortodossia russa, costringendo molti fedeli e sacerdoti al silenzio.
Il 31 maggio 1945 il capitano Bogdanov, responsabile della sezione di Lviv, diede avvio a un’operazione speciale affidata a un gruppo denominato «Khodyachiye» («I Viandanti»). L’obiettivo era controllare e verificare l’attività ritenuta «antisovietica» del clero greco-cattolico a partire dal 1939.
Per il regime sovietico la Chiesa greco-cattolica rappresentava infatti un’organizzazione ostile. A differenza della Chiesa ortodossa controllata dallo Stato, essa manteneva una forte autonomia spirituale e istituzionale. Inoltre era percepita come legata al Vaticano e quindi sospettata di rappresentare un canale di influenza occidentale nei territori dell’Ucraina occidentale.
Le autorità sovietiche ritenevano che, fin dai tempi dell’Unione di Brest del 1596, la Santa Sede avesse perseguito una politica di espansione verso l’Oriente attraverso la Chiesa uniate, sostenuta dalla nobiltà polacca e dagli ordini religiosi, in particolare dai gesuiti.
La Cattedrale di San Giorgio a Lviv
Il piano incontrò tuttavia una forte resistenza. La gerarchia e il clero greco-cattolico godevano infatti di un prestigio straordinario tra i fedeli e nell’intera società. Per molti ucraini la Chiesa rappresentava un elemento fondamentale della propria identità nazionale.
Questa identità si era formata in larga misura grazie alla cultura trasmessa dal cristianesimo di rito bizantino, al monachesimo — che promuoveva la preghiera ma anche l’istruzione — e alle famiglie dei sacerdoti sposati, dalle quali proveniva gran parte dell’intellighenzia. Non a caso molte di queste famiglie educavano i propri figli secondo il motto: «Con Dio per la Chiesa e per la Patria».
Una figura centrale in questo processo fu il Metropolita Andrey Sheptytskyi (1865–1944). Per quarantaquattro anni guidò la Metropolia di Lviv, formando una generazione di pastori ben preparati e impegnati nella vita della Chiesa e della società. Promosse anche la vita culturale, fondando il Museo Nazionale e coinvolgendo gli ordini monastici nella gestione di asili, scuole e ospedali. Allo stesso tempo si prese cura di vedove e orfani, sostenendoli attraverso specifici fondi di carità. Durante l’occupazione tedesca convocò cinque concili arcieparchiali del clero e contribuì a salvare numerosi ebrei.
Metropolita Andrey Sheptytskyi
Determinante per la sopravvivenza della Chiesa greco-cattolica fu anche la scelta del suo successore. Con l’approvazione della Santa Sede, Il Metropolita Sheptytskyi consacrò segretamente vescovo Josyf Slipyj nel dicembre 1939, nella cappella del palazzo metropolitano. Slipyj, rettore del seminario di Lviv dal 1921 e guida dell’associazione dei teologi, era considerato il candidato naturale alla successione.
Già dal 1941 Slipyj era sotto osservazione da parte dell’NKVD. Durante la prima occupazione sovietica dimostrò grande lungimiranza pastorale: pubblicò infatti le Regole principali della pastorale contemporanea — Sulla cura delle anime in condizioni di mancanza di libertà. Poco prima del suo arresto, avvenuto l’11 aprile 1945, e prevedendo imminenti persecuzioni, coinvolse nell’amministrazione della metropolia un gruppo di religiosi destinati a svolgere un ruolo decisivo nella resistenza della Chiesa clandestina.
Tra questi vi erano i sacerdoti Mykyta Budka e Mykolay Charnetskyj, il protoigumeno dei Redentoristi Josyf De Vocht e l’archimandrita degli Monaci studiti Klymentiy Sheptytskyi. Nel 2001 essi saranno riconosciuti da Papa Giovanni Paolo II come martiri della fede.
Dopo l’internamento di Slipyj, il capitolo metropolitano affidò il coordinamento della Chiesa a Don Omelian Horchynskyi, mentre Don Mykola Khmiolyovskyi assunse la guida della metropolia fino al suo successivo arresto.
Nel frattempo prendeva forma l’operazione che avrebbe portato al cosiddetto Pseudo-Sobor di Lviv. Il primo passo fu una campagna propagandistica avviata con la pubblicazione di un articolo intitolato «Con la croce o con il coltello?». Il testo era firmato da Volodymyr Rosovych, pseudonimo dietro il quale si celava lo scrittore Yaroslav Halan, agente sovietico noto con il nome in codice «Aleksandrov». Nell’articolo si accusava falsamente la Chiesa greco-cattolica e il suo clero di promuovere un presunto «orientamento nazionalista-borghese», giudicato incompatibile con l’ideologia del regime stalinista.
Funerale di Metropolita Andrey Sheptytskyi nel 1944
Nelle sue memorie il Metropolita Slipyj ricorderà così quel periodo:
«Nel frattempo Yaroslav Halan iniziò a pubblicare vari pamphlet, come ”Sputo sul Papa” e altri scritti simili, diffamando la nostra Chiesa. Si diceva che non sarebbe morto di morte naturale, quasi presagendo ciò che lo attendeva per questo. Poco prima del mio arresto convocai i vescovi Budka e Charnetskyi, il protoigumeno dei Redentoristi padre De Vocht e l’archimandrita Klymentiy. Dissi loro che li nominavo amministratori per ogni eventualità. Padre De Vocht rimase sorpreso: sosteneva che non vi fosse motivo di preoccuparsi, perché la situazione sembrava tranquilla. Io però rimasi della mia opinione. Non vi erano ancora segni evidenti di repressione, ma sentivo il bisogno di mettere al sicuro la Chiesa».
Nel marzo del 1945 fu inoltre inviata a Joseph Stalin l’istruzione segreta n. 58, intitolata «Sulle misure per l’adesione delle parrocchie greco-cattoliche dell’URSS alla Chiesa ortodossa russa». Il documento prevedeva, tra l’altro, l’utilizzo della cosiddetta Chiesa rinnovazionista per intensificare la lotta contro il Vaticano nelle repubbliche occidentali dell’URSS, rafforzare l’influenza del Patriarcato di Mosca all’estero e promuovere l’organizzazione di una conferenza mondiale delle Chiese cristiane. Era l’inizio dell’operazione destinata a liquidare le strutture della Chiesa cattolica ucraina.
Dopo i tentativi falliti di ottenere la collaborazione dei gerarchi greco-cattolici, ogni canale di dialogo fu chiuso. Le autorità decisero allora di raccogliere materiale compromettente per costruire dossier contro il clero. Il 15 marzo 1945 iniziarono le procedure per l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici greco-cattolici.
L’operazione fu coordinata dalle direzioni dell’NKVD di Lviv, Stanislaviv, Ternopil e Uzhorod, sotto la supervisione delle autorità di Kyiv e con l’autorizzazione di Mosca. Nell’aprile dello stesso anno ebbero inizio le prime retate.
Dal marzo 1940 anche il monachesimo greco-cattolico fu posto sotto stretta sorveglianza. Secondo i rapporti degli agenti sovietici, in particolare i padri basiliani svolgevano un’attività considerata ostile al regime.
In uno di questi rapporti si leggeva:
«Nei monasteri galiziani i Basiliani educano le giovani generazioni di monaci per poi inviarli in diversi paesi. Sono abili agitatori e godono di grande influenza sulla popolazione. Organizzano confraternite religiose e svolgono un’intensa attività editoriale: pubblicano riviste religiose mensili che raggiungono tirature di diverse migliaia di copie, superiori a quelle di molte altre pubblicazioni ucraine».
Pseudo-Sobor
Tra le persone sotto osservazione veniva citato anche il monaco e martire Severiyan Baranyk, priore del monastero di Drohobych, molto stimato dalla popolazione e attivamente coinvolto nelle organizzazioni ucraine.
La liquidazione dei monasteri procedette parallelamente alle misure di «ricongiungimento» con l’Ortodossia russa. Le autorità sovietiche adottarono la pratica dell’accorpamento: molti monasteri furono chiusi, mentre i monaci vennero trasferiti e dispersi in altre strutture. Allo stesso tempo, come già avveniva con il clero, venivano esercitate pressioni sugli «irriducibili» affinché passassero all’ortodossia. Contemporaneamente si raccoglieva materiale compromettente per giustificare eventuali arresti.
A partire dal giugno 1945 i membri del cosiddetto «Gruppo d’Iniziativa» organizzarono incontri nei decanati. A queste riunioni partecipavano anche funzionari dell’NKVD, formalmente presenti come delegati per gli affari religiosi. In realtà il loro compito era quello di costringere i sacerdoti ad aderire all’operazione attraverso dichiarazioni di consenso che, pur apparendo volontarie, venivano di fatto estorte.
Nonostante le minacce di arresto e le intimidazioni rivolte anche alle loro famiglie, molti sacerdoti dichiararono apertamente la propria opposizione. A Zolochiv il decano Don Mykola Lysko lesse pubblicamente un appello di condanna contro la liquidazione della Chiesa. Analoghe prese di posizione furono espresse dai sacerdoti Yakiv Dolhyi a Khodoriv, Petro Mekelyta a Boryslav, Andrii Krutsko a Medenychi, Mykhailo Zhuk a Drohobych e Josyf Ostashevskyi a Vynnyky.
Sempre nel giugno 1945, in aperto dissenso con le iniziative di Gavryil Kostelnyk, sessantuno sacerdoti — in accordo con padre Klymentiy Sheptytskyi — firmarono una lettera indirizzata a Vyaceslav Molotov, uno dei più stretti collaboratori di Stalin. Nella missiva chiedevano la liberazione dei vescovi imprigionati.
Una lettera di analogo contenuto era stata redatta anche dallo stesso archimandrita Klymentiy.
Nel testo si leggeva:
«Dopo l’arresto dell’episcopato della Chiesa greco-cattolica nell’Ucraina occidentale, così come di numerosi sacerdoti, e a causa del divieto imposto al clero di esercitare il governo della nostra Chiesa, quest’ultima si trova in una situazione del tutto anomala. Tale situazione è stata ulteriormente aggravata dalla creazione del ”Gruppo d’Iniziativa per il ricongiungimento della Chiesa greco-cattolica con la Chiesa ortodossa”, con sede a Lviv.
Questo gruppo, guidato dai sacerdoti Gavryil Kostelnyk, Mykhailo Melnyk e Antin Pelvetskyi, ha pubblicato il 28 maggio 1945 un appello rivolto al clero greco-cattolico delle regioni occidentali dell’Ucraina. Poiché tale appello contiene numerose falsificazioni e distorsioni di fatti storici ben noti, noi, clero greco-cattolico, abbiamo deciso di non rispondere direttamente ad esso.
Gavryil Kostelnyk, Mykhailo Melnyk e Antin Pelvetskyi
Con questa lettera desideriamo tuttavia chiarire al Governo dell’URSS la nostra posizione. Dichiariamo di voler continuare a basarci sul principio del patriottismo nei confronti della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina e dell’intera Unione Sovietica, adempiendo coscienziosamente ai nostri doveri verso lo Stato.
Non intendiamo intervenire nella politica, ma dedicarci esclusivamente al nostro compito pastorale: la salvezza delle anime. Riteniamo che tale servizio apporti beneficio non solo alla Chiesa, ma anche allo Stato.
La nostra posizione nei confronti dell’iniziativa di Kostelnyk è tuttavia completamente negativa. La consideriamo dannosa, non ecclesiale e contraria alla verità proclamata da Cristo: «E vi sarà un solo gregge e un solo pastore». Non possiamo quindi seguire una voce che invita all’apostasia dalla fede.
Chiediamo pertanto che il Governo liberi il nostro episcopato, guidato dal metropolita, e che, fino a quel momento, ci venga consentito di amministrare gli affari della nostra Chiesa greco-cattolica secondo le norme canoniche.
Confidiamo che il Governo accolga questa richiesta, poiché la Costituzione staliniana garantisce esplicitamente la libertà di coscienza e di culto. Non crediamo che il Governo desideri perseguitarci per la nostra fede e consideriamo l’attuale campagna di «conversione all’ortodossia» come un malinteso o come un’iniziativa arbitraria di funzionari locali.
Perciò, in nome della giustizia e alla luce della gloriosa vittoria dell’Unione Sovietica, chiediamo che sia lasciata a noi e al nostro popolo quella libertà ecclesiastica di cui abbiamo goduto per secoli e alla quale, secondo le leggi sovietiche, abbiamo pieno diritto».
Nel frattempo la pressione delle autorità continuava ad aumentare. In esecuzione dell’ordine contenuto nel punto 17 del «Piano per la convocazione del concilio pan-galiziano», approvato il 18 dicembre 1945 dal generale Serghiy Savcenko, Commissario del Popolo per la Sicurezza dello Stato, l’archimandrita Klymentiy Sheptytskyi e i suoi collaboratori furono sfrattati con la forza dalla collina di San Giorgio (Sviatoyurska Hora) a Lviv e confinati nel monastero di Univ.
La maggior parte degli oppositori fu arrestata per «propaganda antisovietica» ai sensi dell’Articolo 54 del Codice penale della RSS Ucraina (Controrivoluzione e Tradimento della Patria); condannati a varie pene, molti di loro morirono nei campi di lavoro.
Il 23 dicembre 1945 Papa Pio XII condannò le repressioni del regime sovietico con l’enciclica Orientales omnes, nella quale si affermava che le persecuzioni religiose nell’URSS violavano gli impegni assunti in materia di libertà di coscienza.
Nel documento il Pontefice scriveva:
«Con grande dolore abbiamo appreso che in quei territori [ucraini], recentemente passati sotto il dominio della Russia sovietica, i nostri amati fratelli e figli del popolo ucraino soffrono a causa della loro fedeltà alla Sede Apostolica. Ogni mezzo viene impiegato per strapparli dal seno della loro Madre Chiesa e per costringerli, contro la loro volontà e contro la loro coscienza religiosa, a passare alla comunione con i dissidenti. È noto, inoltre, che il clero di rito ucraino [greco-cattolico] ha indirizzato al governo una protesta, denunciando che la loro Chiesa è stata posta in condizioni estremamente difficili: tutti i vescovi e molti sacerdoti sono stati arrestati e, allo stesso tempo, è stato proibito a chiunque di assumere il governo della Chiesa».
Nel febbraio 1946, dei circa duemila sacerdoti greco-cattolici presenti nei territori occidentali dell’Ucraina, solo 1.294 erano ancora in libertà. Tutti i vescovi, più di millequattrocento religiosi e circa ottocento monache erano stati arrestati per essersi rifiutati di accettare l’Unione con l’Ortodossia. Tra i sacerdoti rimasti liberi, 986 aderirono all’ortodossia, spesso sotto pressione o per opportunità, mentre almeno 281 rifiutarono di allinearsi.
Nel frattempo proseguiva l’organizzazione del cosiddetto falso concilio. Dopo una vasta campagna di propaganda tra il clero greco-cattolico, nel dicembre 1945 — su proposta di Gavryil Kostelnyk — si stabilì di convocare l’assemblea nel marzo del 1946. Il 25 gennaio 1946 Mosca autorizzò ufficialmente l’iniziativa.
Da tutta la Galizia giunsero a Lviv 216 delegati, dei quali 142 erano stati reclutati o controllati dagli agenti sovietici. I lavori si svolsero nella Cattedrale di San Giorgio. In apertura furono presentate relazioni nelle quali si sosteneva che il popolo ucraino avesse da secoli il desiderio di unirsi alla Chiesa ortodossa.
Membri del Pseudo-Sobor
Dopo una breve discussione, a nome della presidenza del «Gruppo d’Iniziativa», Don Kostelnyk mise ai voti il rigetto dell’Unione di Brest del 1596, atto che implicava la rottura della comunione con Roma, e la richiesta di unione degli uniati alla Chiesa ortodossa rivolta al Patriarca di Mosca Alexei I.
Nei piani degli organizzatori, l’approvazione di queste mozioni avrebbe posto de iure fuori legge la Chiesa greco-cattolica in Ucraina. L’operazione mirava anche a neutralizzare l’influenza del Vaticano, considerato una potenza straniera che, secondo la propaganda sovietica, cercava di espandere la propria presenza in Oriente attraverso la Chiesa greco-cattolica.
Molti funzionari della polizia politica ignoravano completamente la complessità storica e canonica di queste dinamiche. Privi di competenze ecclesiastiche, si affidarono quindi alla collaborazione di alcuni sacerdoti greco-cattolici passati all’ortodossia.
I sacerdoti e i delegati presenti, sottoposti a forti pressioni e controlli, approvarono i documenti quasi all’unanimità con votazioni palesi. L’intero evento fu filmato e diffuso attraverso i cinegiornali a scopo propagandistico, sia all’interno dell’URSS sia all’estero. La narrazione ufficiale presentava l’assemblea come il trionfo dell’Ortodossia e come la realizzazione di un’antica aspirazione dei greco-cattolici, che — grazie all’iniziativa di «pastori progressisti» — avrebbero liberamente scelto il «ricongiungimento».
Il 10 marzo 1946, prima domenica di Quaresima e giorno della Festa dell’Ortodossia, che ricorda il ripristino del culto delle icone a Costantinopoli nell’anno 843, si celebrò simbolicamente la «ritrovata unità». In quell’occasione l’esarca dell’Ucraina consegnò a Don Kostelnyk un’icona della Madre di Dio proveniente dal monastero delle Grotte di Kyiv-Pechersk.
Accettando il dono, Kostelnyk dichiarò:
«Questa icona sarà per secoli testimone vivente del fatto che il nostro ricongiungimento con l’Ortodossia rappresenta il più grande trionfo non solo dell’Ucraina, ma di tutta la Rus’, dopo l’unione delle nostre terre resa possibile dalle eroiche vittorie dell’Unione Sovietica».
Il concilio si concluse con la benedizione dei fedeli dal balcone del palazzo metropolitano. La Chiesa greco-cattolica era ormai ufficialmente soppressa e per essa iniziava l’epoca della clandestinità, spesso definita «l’era delle catacombe».
Tutti i suoi membri si trovarono improvvisamente fuori legge. Le autorità sovietiche, infatti, accettarono le decisioni del Pseudo-Sobor, nonostante la Costituzione proclamasse formalmente la separazione e l’autonomia reciproca tra Stato e Chiesa.
I vertici della Chiesa ortodossa russa, dal canto loro, evitarono di esporsi direttamente. In questo modo cercavano di sottrarsi all’accusa di aver collaborato con il potere comunista nell’eliminazione della Chiesa greco-cattolica. L’operazione doveva apparire come il risultato delle libere decisioni del clero e dei fedeli uniati.
Il 29 settembre 1949 Petro Vilkhovyi, commissario per gli affari religiosi presso il Consiglio dei Ministri della RSS Ucraina, informò Nikita Khrushchev sui risultati dell’operazione:
«Ad oggi, sul territorio della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, la Chiesa greco-cattolica ha cessato completamente di esistere con tutte le sue strutture amministrative ed ecclesiastiche. Rimangono soltanto alcuni monasteri greco-cattolici maschili e femminili nelle regioni di Lviv, Stanislaviv e Transcarpazia.
I monaci e piccoli gruppi di monache che ancora vivono in questi monasteri sono portatori di sentimenti reazionari e nazionalisti. Attorno a loro si raccolgono elementi erranti e particolarmente ostili al potere sovietico, soprattutto tra gli uniati più intransigenti».
Tra i monasteri ritenuti più «problematici» dalle autorità sovietiche per la presenza di numerosi religiosi, veniva segnalato il monastero maschile greco-cattolico situato nel villaggio di Mizhirya, nel distretto di Peremyshlyany della regione di Lviv. Qui vivevano 81 monaci, tra cui 27 ieromonaci (sacerdoti-monaci), appartenenti in gran parte alla congregazione dei Redentoristi. Secondo i rapporti delle autorità, essi erano considerati tra gli elementi uniati più attivi. Fino a poco tempo prima il monastero era guidato dal protoigumeno De Vocht, recentemente espulso dai confini dell’URSS.
Un secondo centro di concentrazione del clero ritenuto «reazionario-nazionalista» era il monastero basiliano di Hoshiv, nel distretto di Bolekhiv della regione di Stanislaviv. In questa comunità risiedevano stabilmente quattordici monaci, tra cui sette sacerdoti.
Per quanto riguarda i monasteri femminili, i rapporti ufficiali osservavano che molte religiose avevano ormai abbandonato la vita monastica tradizionale. In numerosi casi avevano dismesso l’abito religioso e si erano stabilite a lavorare negli ospedali, nelle cooperative artigiane oppure nelle attività agricole.
Alla luce della liquidazione della Chiesa greco-cattolica e delle sue strutture amministrative ed ecclesiastiche, le autorità sovietiche giunsero alla seguente conclusione:
«In relazione alla soppressione della Chiesa greco-cattolica e dei suoi organi amministrativi, riteniamo politicamente opportuno e pienamente tempestivo porre la questione della liquidazione di tutti i monasteri greco-cattolici. Tale processo dovrà essere completato entro il primo semestre del 1950».
Consapevole che la cosiddetta «riunificazione» con l’Ortodossia era stata in realtà un’operazione orchestrata dall’NKVD, Papa Pio XII non pronunciò la scomunica né contro il cosiddetto «Gruppo d’Iniziativa» né contro il clero passato all’ortodossia.
Il 15 luglio 1949, tuttavia, la Congregazione del Sant’Uffizio emanò il decreto Responsa ad dubia de communismo, riguardante la liceità per i cattolici di aderire o sostenere il partito comunista. Il documento stabiliva sanzioni ecclesiastiche severe, tra cui la scomunica per ogni cattolico che «consapevolmente e volontariamente difende o diffonde la dottrina comunista materialista e anticristiana».
Con l’enciclica Orientales Ecclesias del 15 dicembre 1952, lo stesso Pontefice riconobbe esplicitamente il martirio della Chiesa greco-cattolica:
«Ricorderemo in modo particolare quei vescovi di rito orientale che, per difendere la loro fede, furono tra i primi a subire privazioni, sofferenze e oltraggi. Deportati a Kyiv, furono condannati e destinati a varie forme di punizione. Alcuni di loro hanno già incontrato una morte gloriosa e confidiamo che ora godano della grazia celeste, guardando con amore ai loro figli e compagni in questa lotta disarmata e implorando nelle loro preghiere l’intercessione del Signore onnipotente».
Nonostante la volontà del regime sovietico di distruggerla completamente, la Chiesa «delle catacombe» continuò a esistere nella clandestinità.
Alla fine degli anni Ottanta, grazie al mutato clima politico e ai nuovi spazi di dialogo favoriti anche dalla cosiddetta Ostpolitik vaticana, si aprì una fase decisiva. Divenne possibile dichiarare pubblicamente che le strutture religiose dei cattolici ucraini nell’URSS non solo erano sopravvissute, ma contavano circa cinque milioni di fedeli.

Il 16 maggio 1989, alla vigilia del Congresso dei deputati del popolo dell’URSS, giunse a Mosca una delegazione della Chiesa greco-cattolica ucraina composta dai vescovi Phylemon Kurchaba, Sofron Dmyterko e Pavlo Vasylyk. Con loro erano presenti tre sacerdoti che in seguito sarebbero diventati vescovi: Volodymyr Viytyshyn, oggi Arcivescovo e Metropolita di Ivano-Frankivsk; Mykola Simkaylo, futuro vescovo di Kolomyia-Chernivtsi; e Ihor Voznyak, oggi Arcivescovo e Metropolita di Lviv.
La delegazione chiese un’udienza ai vertici del Partito Comunista dell’URSS, ma le autorità ignorarono la richiesta. I vescovi risposero con un gesto clamoroso: proclamarono uno sciopero della fame accompagnato dalla preghiera sull’Arbat di Mosca. La protesta proseguì per diversi mesi, fino al tardo autunno.
Il 5 ottobre 1989, durante il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina riunito a Roma, Papa Giovanni Paolo II dichiarò che il processo di democratizzazione dell’Unione Sovietica non sarebbe stato completo senza il riconoscimento legale della Chiesa greco-cattolica.
La legalizzazione arrivò il 1 ° dicembre 1989, in seguito a una decisione presa a Mosca il 24 novembre dello stesso anno. Poche ore prima dell’incontro tra il Papa e Mikhail Gorbachev in Vaticano, Mykola Kolesnyk, capo del Consiglio per gli affari religiosi presso il governo della RSS Ucraina, annunciò ufficialmente che «le comunità greco-cattoliche possono registrarsi allo stesso modo degli altri gruppi religiosi».
Coloro che per decenni erano stati dichiarati «fuorilegge» tornarono così alla piena vita ecclesiale. Molti di essi avevano pagato un prezzo altissimo per la loro fedeltà. Insieme al Metropolita Josyf Slipyj, vescovi come Josaphat Kocylovskyi, Hryhoriy Khomyshyn, Hryhoriy Lakota e Nykyta Budka, insieme a molti altri sacerdoti e religiosi, avevano pagato con la prigionia, la deportazione o la vita stessa la loro fedeltà alla Chiesa greco-cattolica e al popolo ucraino.
Oggi questi testimoni della fede sono venerati come beati nuovi martiri, esempio luminoso per i credenti e memoria viva nelle generazioni successive.
Rev. Padre Augustyn Babiak



