Sua Beatitudine Sviatoslav, quattro anni di guerra in Ucraina: «Siamo un popolo che spera»

Sua Beatitudine Sviatoslav, quattro anni di guerra in Ucraina: «Siamo un popolo che spera»

14 febbraio 2026, 12:15 2

Il Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina a colloquio con Leone XIV. La speranza di una venuta del Papa. Il senso della missione della Chiesa

Il Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina Sua Beatitudine Sviatoslav ha consegnato a Leone XIV, nell’udienza che ha avuto con lui il 12 febbraio, l’immagine di una Chiesa che è resiliente, che riesce a cantare nel mezzo del gelo, che ha un peso tale nella società che il prossimo Kyiv Security Forum avrà una sessione di discussione dedicata proprio al ruolo della Chiesa. Ma ha portato anche la sofferenza per una guerra ad alta intensità che dura ormai da quattro anni, più di quanto durò la guerra nazi-sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, il senso di precarietà dato anche dalla minaccia nucleare — non solo i combattimenti a Zhaporizhia, anche il «sarcofago» di Chernobyl che necessita di manutenzione, dopo 40 anni — e la necessità di non sentirsi isolati. Perché, alla fine, i cristiani in Ucraina sperano.

Durante l’udienza, sono state presentate al Papa Leone XIV alcune iniziative della Chiesa greco-cattolica ucraina in merito alla cooperazione della società civile ucraina e la comunità internazionale, consegnati gli elenchi dei prigionieri di guerra, ricevuti direttamente dalle famiglie dei prigionieri e dei dispersi. Molto simbolico il dono: una scultura di Luciano Capriotti, intitolata «Colomba della pace in tempo di guerra», che raffigura una colomba delicata e fragile, ferita da una scheggia di metallo proveniente da un missile russo lanciato contro Kharkiv. «È il simbolo dell’Ucraina oggi, ferita ma viva», ha detto Sua Beatitudine Sviatoslav al Santo Padre.

Sua Beatitudine, di cosa avete parlato con Leone XIV?

Abbiamo avuto un incontro che definirei terapeutico, perché per noi, che portiamo il dolore e il trauma della guerra, è importante essere ascoltati, condividere la vita della nostra Chiesa, della nostra gente, e sapere che non siamo dimenticati.

Cosa vi ha detto il Papa?

Non si può parlare di Chiesa e di popolo separatamente. Siamo una sola realtà. Ma i dati sono interessanti. Secondo recenti studi, il numero di ortodossi è calato terribilmente in Ucraina. Prima della guerra rappresentavano il 70 per cento della popolazione, ora il 55 per cento. La maggior parte degli ortodossi sono della Chiesa Ortodossa Ucraina, c’è ancora un 5 per cento di ortodossi legati al Patriarcato di Mosca, e poi c’è un 18 per cento di ortodossi che si dice ortodosso ma non ha alcuna appartenenza ad una Chiesa visibile. E questo è un dato interessante. Vuol dire che la comunità ortodossa ha vissuto un trauma notevole, che rende loro impossibile appartenere a qualcuno nella loro Chiesa, ma anche a cambiare confessione.

Quale è la situazione della Chiesa greco-cattolica ucraina?

Siamo una Chiesa fiorente, dinamica. Gli stessi studi notano che siamo cresciuti: eravamo all’8 per cento prima della guerra, ora siamo cresciuti al 12 cento. Stiamo ancora cercando di comprendere bene questi dati, ma da una prima valutazione possiamo notare che c’è un grande numero di persone che prima non avevano appartenenza religiosa e che oggi si uniscono alla Chiesa greco-cattolica ucraina perché cercano un senso nella vita, si pongono domande esistenziali, e sono felice che la nostra Chiesa sia stata capace di rispondere a questa ricerca. Posso dire che siamo davvero una Chiesa che evangelizza nel contesto della guerra.

Quali sono le sfide con questa crescita di fedeli?

La scorsa settimana, il nostro sinodo ha discusso del servizio catechistico in un contesto di guerra. Tutti gli studi hanno mostrato una crescita dell’interesse per la catechesi. Anche i gruppi che partecipano alle serate di formazione biblica sono triplicati. Perciò adesso bisogna ripensare la nostra proposta catechistica. C’è ancora la mentalità che la catechesi sia solo per i bambini. Ma oggi vediamo una grande esigenza di Dio anche tra gli adulti, e noi dobbiamo rispondere a questa esigenza, perché sono persone nuove.

Ma ci sono i catechisti per rispondere a questa domanda di fede?

Non solo ci sono, ma ogni anno aumentano le persone che si rendono disponibili e a cui consegniamo il mandato da catechisti.

Sono numeri impegnativi…

Il Santo Padre era impressionato. Ci ha ringraziato per la nostra capacità di portare avanti i progetti, era addirittura meravigliato di quanto siamo stati capaci di organizzare, e del fatto che il nostro piano pastorale è valido per tutte le diocesi, in tutto il mondo, cosa che fortifica l’unità della nostra Chiesa.

Papa Francesco diceva sempre che non sarebbe andato a Kyiv se non fosse andato prima a Mosca. Leone XIV ha intenzione di venire a Kyiv?

Io l’ho invitato per l’ennesima volta, e quest’anno ci sarebbe un significato particolare: quest’anno si festeggia il 25 esimo anniversario della visita di Giovani Paolo II in Ucraina, una visita durante la quale beatificò i martiri ucraini, facendoli conoscere al mondo. Ci saranno dei festeggiamenti, nonostante la guerra, c’è già un comitato che si impegna a far ricordare i messaggi principali lasciati da Giovanni Paolo II. Ho detto al Papa: «Santo Padre, la aspettiamo, anche se rispettiamo i ritmi delle decisioni». Leone mi ha fatto capire che lo tiene in considerazione.

Come è la situazione in Ucraina?

Nessuno era pronto per una guerra che dura ormai da quattro anni. Alcuni hanno notato che, dall’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sono trascorsi quattro anni. Questa guerra è destinata a durare ancora. Ma una guerra è sempre contro la popolazione civile. Il fronte è più o meno fermo, nonostante le dichiarazioni russe che rivendicano vittorie e conquiste.

Ma ci sono attacchi?

Ogni notte, le nostre città, soprattutto Kyiv, subiscono attacchi di vario tipo, volti a rendere impossibile la sopravvivenza delle persone. La notte prima della mia partenza di Kyiv, sono state lanciati sulla città quattro tipi di missili e diversi droni di ultima generazione, per una spesa che i nostri militari hanno stimato in 330 milioni di dollari, abbastanza per pagare gli stipendi ad una intera generazione in Russia.

Quanto è dura la situazione?

I russi distruggono sistematicamente gli impianti elettrici e di riscaldamento del quartiere. Kyiv, una delle capitali più grandi d’Europa, con i suoi 4 milioni di abitanti, ha una centralina elettrica in ogni quartiere. La zona in cui si trova la nostra cattedrale è stata tra le più colpite. Quando le centrali sono state colpite, si è perso tutto: acqua, luce e riscaldamento, con una temperatura di −20 gradi. L’acqua nei tubi si è congelata, i tubi si sono spaccati, e questo è successo in condomini con tremila famiglie.

Come ha reagito la popolazione?

Di fronte a questi palazzi sono state costruite delle tende. Gli chiamiamo «punti di resilienza». Ci sono generatori elettrici, autobotti, fornelli che permettono di scaldare qualcosa. Ma le persone non sono disperate. Le persone cantano. Ho detto al Santo Padre che questo è un dono dello Spirito Santo. Gli attacchi non hanno raggiunto il loro scopo di abbattere lo spirito degli ucraini.

Nessuno è andato via dalla città?

Il sindaco di Kyiv ha chiesto a quanti possono di lasciare la capitale e passare l’inverno altrove. Mezzo milione di cittadini hanno lasciato la città. Ma tornano ogni giorno per lavorare, e c’è un traffico terribile, nonostante la guerra.

Voi avete speranza che le cose cambino o la guerra per ora è l’unica soluzione?

Io penso che la guerra non sia mai una soluzione. È una vergogna. Ricorda l’Holodomor, il genocidio degli ucraini perpetuato da Stalin negli Anni Trenta del secolo scorso attraverso una carestia indotta? Questa situazione la chiamiamo «kholodomor», dove kholod significa freddo. Perché è un genocidio tentato attraverso il freddo. Ma questa è una vergogna. Con il Papa abbiamo parlato oggi di come costruire la pace. I nostri soldati sono portatori di pace perché fermano l’avanzata dell’esercito russo, e devono essere appoggiati. L’Ucraina deve difendersi, è inevitabile. Ma abbiamo speranza che si trovi una soluzione democratica. Siamo veramente grati per gli incontri ad alto livello per proporre un accordo di pace.

Ma le persone credono nella pace?

La gente in Ucraina oggi non crede in una pace inaspettata e rapida. Le persone in Ucraina sono abituate a questa guerra. Fa male, perché il sangue scorre come mai prima. Il rapporto delle Nazioni Unite sui civili nel contesto dei conflitti armati ha rilevato che, tra il 2024 e il 2025, il numero di morti civili a causa della guerra è aumentato del 31 per cento. Se si compara con il 2023, la crescita è del 70 cento. Non c’erano numeri così alti nemmeno all’inizio della guerra. Più si parla di pace, più viviamo nell’escalation. La gente non si fida.

Cosa si aspetta dalla Santa Sede?

Ho avuto un incontro con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. Volevamo capire cosa percepisse la gente, anche sui piani di pace. Ho fatto notare che nemmeno il presidente ha diritto di cedere territori. Lo si può fare solo a seguito di un referendum. Ma oggi, con la legge marziale e i bombardamenti continui, non è possibile organizzare un referendum, tantomeno delle elezioni.

Quanto pesa l’opinione pubblica in Ucraina?

È importante, ha un suo peso. Per questo si deve dialogare con la società civile, creare spazi di dialogo nell’opinione pubblica. C’è una opportunità, che è il Kyiv Security Forum. Si tiene ogni anno dal 2007, riunisce vari esperti sui temi della pace, con moltissimi speaker di alto livello. Quest’anno si tiene ad aprile, ed è interessante che una parte delle discussioni sarà dedicata alla Chiesa cattolica. È il segno che la Chiesa cattolica ha un peso e un ruolo importantissimo, specialmente nell’Europa centro-orientale. È stato invitato un rappresentante della Santa Sede, oltre a rappresentanti della Chiese locali dei Paesi limitrofi — Polonia, Slovacchia e Ungheria. Io ritengo che sia importantissimo che la Santa Sede vi partecipi.

Avete parlato di questo anche con il Papa?

Sì. Gli abbiamo fatto notare che il Forum è dedicato al 40 esimo anniversario del disastro di Chernobyl. Il Papa è rimasto colpito nel rendersi conto che è passato così tanto tempo. Tra l’altro, Chernobyl è di nuovo un rischio, perché le pareti del «sarcofago» che ha protetto la struttura fino ad oggi sono gravemente danneggiate. Siamo in un clima di costante minaccia nucleare, specialmente a causa di questi bombardamenti notturni. Bombardamenti che interessano anche le altre nostre centrali nucleari, anche perché, a ogni blackout, si deve subito ridurre la produzione di elettricità per evitare che si scoppino.

Come sarebbe, oggi, una pace giusta?

È giusta una pace che ci permette di sopravvivere. La pace non è solo un testo sottoscritto, o un’idea astratta. La pace vuol dire uno spazio vitale. Anche quando si parlerà eventualmente dei territori, si deve far capire che ci sono persone umane in quei territori, non si sta parlando di entità astratte, ci sono anziani, donne, bambini. Anzi, direi di più: ci sarà pace giusta solo quando i giovani avranno il coraggio di creare le proprie famiglie.

Oggi non c’è più il coraggio di creare le famiglie?

Il tasso di natalità è crollato drammaticamente, ed è un tema delicato. La natalità è indicatore della vitalità di un popolo. I demografi dicono che perché un popolo non si estingua e la popolazione possa crescere c’è bisogno che ogni famiglia abbia una media di 2,5 figli. Prima della guerra, la media in Ucraina era comunque più bassa, di 2,1 figli per famiglia. Ora il tasso di natalità è allo 0,6 per cento. La famiglia è la parte più colpita dalla guerra. Le donne e i bambini sono scappate o sfollate, gli uomini vengono reclutati, e un po’ si sviluppa anche una cultura child free. Dobbiamo capire oggi dove sono le famiglie in grado di far nascere bambini. Quando la guerra finirà, la questione demografica sarà uno dei grandi problemi dell’Ucraina.

Quali messaggi avete ricevuto in questa visita?

Il Santo Padre mi è sembrato molto realistico. Due sono le cose emerse che dimostrano come la Santa Sede tenga all’Ucraina. Prima di tutto, il Papa ha detto che la guerra è in Europa e l’Europa deve prendersi una responsabilità; non può essere solo spettatrice, ma deve essere parte del processo di pace, magari anche proporre o cercare accordi.

Secondo tema: il Papa ha detto che per fare una pace autentica e vera bisogna rispettare la Costituzione ucraina. Erano anni che non si parlava della Costituzione. La Costituzione è segno della sovranità.

Ma lei spera?

Noi speriamo, perché siamo cristiani, dobbiamo sperare. Ma speriamo anche perché vediamo che il Santo Padre è con noi. E perché ci sono tante ragioni di sperare, di fronte ad una solidarietà che aumenta nonostante la guerra.

Andrea Gagliarducci, ACI Stampa
Foto: Vatican Media

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